2018 - 1annoSenzenze

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Editoriale

Franco Carinci

Ho ripreso il titolo con cui venti anni orsono introducevo il fascicolo n. 5/1999 di questa rivista, fondata insieme con Massimo D’Antona e Gaetano D’Auria. Certo è passato un tempo lungo, che mi ha imbiancato i cappelli e ritardati i passi, ma se chiudo gli occhi, lo rivedo, com’è rimasto intoccato nei miei ricordi. Siede, con il suo aspetto giovanile, lo sguardo leggermente ironico e il linguaggio calmo ma incisivo, dall’altro lato del tavolo della stanza di ricevimento del suo studio, sede della riunione romana della redazione, con a cornice i giovani collaboratori attenti e vivaci. Condividevamo lo stesso interesse per la ancor fresca riforma del pubblico impiego, di cui lui era stato regista nella c.d. seconda stagione, quella della riforma Bassanini, ed io collaboratore fra i tanti; e assegnavamo alla rivista - che con fatica aveva finalmente trovato un editore - la funzione di accompagnarne l’attuazione, con l’occhio rivolto a quella magistratura del lavoro, da cui ci si aspettava una giurisprudenza portata a valorizzarne la portata privatistica. E, sotto la comune direzione, prese vita quell’opera collettanea destinata a influenzare la successiva elaborazione dottrinale e giurisprudenziale, Il commentario alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche, edito da Giuffrè, all’indomani della morte di Massimo, con in apertura un suo scritto.

Da parte mia, sempre più con aiuto determinante di Sandro Mainardi, si è cercato di portare avanti questa comune eredità, da ultimo cambiando editore, col passare da Giuffrè a Giappichelli, per averne una versione on line; non è stato e non è facile, ma dopo più di venti anni esce ancora regolarmente e mantiene un ruolo di primo piano nel panorama degli studi dedicati ad un pubblico impiego soggetto ad un continuo rivolgimento legislativo. Certo l’utopia coltivata a suo tempo, di un progressivo allineamento del pubblico all’impiego privato si è venuta sfaldando, fino a riproporci due sistemi sempre più diversi; ma la pietra angolare della riforma, la riserva di giurisdizione alla magistratura ordinaria è rimasta ferma laddove era stata collocata all’origine.

Certo ricordare Massimo è ben lungi da un semplice rituale celebrativo per chi l’ha conosciuto e frequentato, vi ha lavorato gomito a gomito; è un piacere amaro, ritrovarlo e perderlo subito, con l’immagine di lui che si avvia all’incontro inaspettato coi suoi assassini, ben consapevoli di uccidere un uomo saggio e vero. Ma in fondo non ci sarebbe neanche bisogno di ricordare Massimo, quasi che con il nostro silenzio lo si seppellirebbe una volta per tutte. Massimo si fa ricordare da solo, con la sua produzione scientifica, citata ancor oggi continuamente da vecchi e giovani autori, e con la sua testimonianza eroica.


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