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Continua la querelle giurisprudenziale sugli ex lettori di lingua straniera

Silvio Bologna – Ricercatore di Diritto del lavoro nell’Università di Palermo

CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. LAV., 25 MAGGIO 2018, N. 13175

Pres. DI CERBO, EST. DI PAOLANTONIO, P.M. MASTROBERARDINO (CONF.)

Istruzione pubblica - Ex lettori di madre lingua straniera - Trattamento economico - Prescrizione - Decorrenza.

In tema di trattamento economico degli ex lettori di madre lingua straniera delle università, disciplinato dall’art. 1 d.l. n. 2 del 2004, conv. con modif. in l. n. 63 del 2004, come interpretato autenticamente dall’art. 26 l. n. 240 del 2010, il termine di prescrizione per l’esercizio del diritto a percepire tale trattamento comincia a decorrere solo dalla data in cui il diritto stesso poteva essere esercitato, vale a dire dall’entrata in vigore della nuova normativa, atteso che le sentenze della corte di giustizia Ue che avevano in precedenza accertato la violazione del principio di non discriminazione in relazione al mancato riconoscimento dei diritti quesiti non avevano tuttavia indicato né le modalità con cui detti diritti dovevano essere garantiti né l’esatto ammontare della retribuzione da riconoscere.

FATTI DI CAUSA

1. La Corte di Appello di Napoli ha respinto l’appello proposto dall’Università degli Studi Federico II avverso la sentenza del locale Tribunale che aveva condannato l’appellante a corrispondere a Ru. Ma., assunta quale lettore di madrelingua straniera ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica n. 382 del 1980, articolo 28 le differenze retributive, maturate dalla data della prima assunzione, fra il trattamento economico spettante al ricercatore confermato a tempo definito, con inclusione degli scatti biennali e di anzianità, e quanto effettivamente ricevuto, il tutto maggiorato di interessi legali e rivalutazione monetaria.

2. La Corte territoriale, ricostruito il quadro normativo e richiamate le pronunce della Corte di Giustizia più volte intervenuta sulla questione del trattamento giuridico ed economico riservato dallo Stato Italiano ai lettori di lingua straniera, ha evidenziato in punto di fatto che il rapporto di lavoro intercorrente fra l’Università e la Ru. era stato dichiarato a tempo indeterminato dal Tribunale di Napoli con la sentenza n. 4759/1997, passata in giudicato, sicché l’originaria ricorrente non aveva acquisito la qualifica di collaboratore esperto linguistico, non avendo partecipato alla relativa selezione né sottoscritto alcun ulteriore contratto.

3. Il giudice di appello, peraltro, ha ritenuto che, a prescindere dalla trasformazione del rapporto, il trattamento retributivo dovesse essere quello indicato dal legislatore con il Decreto Legge n. 2 del 2004, convertito dalla L. n. 63 del 2004, e ciò perché detta normativa si era resa necessaria per adeguare l’ordinamento interno ai principi affermati dalla Corte di Giustizia. Al lettore, pertanto, in ogni caso doveva essere assicurato il trattamento economico corrispondente a quello del ricercatore confermato a tempo definito sin dall’inizio del primo contratto e con il riconoscimento integrale, a fini economici e giuridici, dell’anzianità di servizio.

4. La Corte territoriale ha poi escluso che fosse maturata l’eccepita prescrizione in quanto il diritto fatto valere in giudizio poteva essere esercitato solo dopo la pubblicazione della sentenza della Corte di Lussemburgo che nell’anno 2001 aveva riconosciuto la lesione dei diritti dei lettori di lingua straniera.

5. Infine la sentenza impugnata ha ritenuto spettanti interessi e rivalutazione e non operante il divieto di cumulo in considerazione della natura privatistica del rapporto di lavoro.

6. Per la cassazione della sentenza ha proposto ricorso l’Università degli Studi Federico II sulla base di quattro motivi, ai quali Ru. Ma. ha opposto difese con tempestivo controricorso, illustrato da memoria ex articolo 378 c.p.c.

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo l’Università ricorrente denuncia “erroneità della motivazione su un punto decisivo; erronea valutazione delle circostanze di fatto” e sostiene che la Corte territoriale erroneamente ha ritenuto che la Ru. non avesse mai acquisito la qualifica ci collaboratore esperto linguistico. In realtà il contratto era stato stipulato e prodotto in giudizio dalla resistente, che anche in appello aveva ribadito detta circostanza.

2. La seconda censura, formulata ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., n. 3, addebita alla sentenza impugnata “violazione e falsa applicazione della L. 30 dicembre 2010, n. 240, articolo 26, comma 3”, della quale la Corte territoriale non ha tenuto conto ai fini della quantificazione del trattamento economico spettante alla Ru. Se lo avesse fatto la domanda di quest’ultima sarebbe stata respinta, perché occorreva considerare anche la disciplina dettata dal CCNL, alla quale l’Università si era attenuta.

3. Il terzo motivo denuncia la “violazione articolo 2935 c.c.; erroneità della motivazione” e, richiamate altre decisioni della Corte partenopea, evidenzia che il dies a quo ai fini della decorrenza del termine di prescrizione non poteva essere individuato nella data di pubblicazione della sentenza della Corte di Giustizia del 26 giugno 2001, giacché la domanda di adeguamento retributivo ai sensi dell’articolo 48 del Trattato poteva essere fatta valere sin dalla data di sottoscrizione del primo contratto. Ciò perché’ la disposizione del trattato è dotata di efficacia diretta e contiene obblighi precisi ed incondizionati.

4. Con la quarta critica l’Università si duole della “erroneità della motivazione sulla ritenuta possibilità di cumulo di interessi e rivalutazione monetaria; erronea valutazione degli effetti della decisione della Corte Costituzionale n. 459/2000”. Attraverso il richiamo alla giurisprudenza di questa Corte la ricorrente sostiene, in sintesi, che il divieto di cumulo discende non dalla natura del rapporto bensì dalle qualità soggettive del datore di lavoro e va, quindi, in ogni caso applicato all’ente pubblico per ragioni di contenimento della spesa pubblica, in coerenza con la ratio decidendi della pronuncia richiamata in rubrica.

5. L’esame dei motivi deve essere preceduto dalla ricostruzione, nei suoi passaggi essenziali, dell’evoluzione del quadro normativo, resa necessaria da plurime pronunce della Corte di Giustizia, intervenuta a sanzionare lo Stato Italiano per violazione del Trattato che, nel testo all’epoca vigente, all’articolo 48 (poi trasfuso nel­l’ar­ticolo 39 e successivamente riprodotto nell’articolo 45 della versione consolidata pubblicata in G.U.U.E. 26.10.2012) faceva divieto di trattamenti discriminatori, fondati sulla nazionalità, fra lavoratori degli Stati membri.

5.1. Come è noto l’annosa vicenda dei lettori di lingua straniera ha inizio con l’entrata in vigore del Decreto del Presidente della Repubblica 11 luglio 1980, n. 382, articolo 28 che, sottraendo il rapporto di lettorato dal regime di diritto pubblico, prevedeva che i rettori potessero assumere, con contratto di diritto privato di durata non superiore all’anno accademico, lettori di madrelingua straniera “in relazione ad effettive esigenze di esercitazione degli studenti che frequentano i corsi di lingue” e stabiliva che le prestazioni ed i corrispettivi dovessero essere determinati dal consiglio di amministrazione dell’università, al quale era imposto solo un limite massimo, individuato nel livello retributivo iniziale del professore associato a tempo definito.

5.2. Con sentenze del 30 maggio 1989 (in causa C- 33/88 Alluè) e del 2 agosto 1993 (in causa C - 259/91 Alluè) la Corte di Giustizia delle Comunità europee ritenne detta normativa contraria all’articolo 48 del Trattato, nella parte in cui stabiliva che i contratti tra università e lettori di lingua straniera non potessero protrarsi oltre l’anno, sicché il legislatore è intervenuto a disciplinare nuovamente la materia, inizialmente con una serie di decreti legge non convertiti e reiterati (a partire dal Decreto Legge 21 dicembre 1993, n. 530), e poi con il Decreto Legge 21 aprile 1995, n. 120, convertito con modificazioni nella L. 21 giugno 1995, n. 236 che ha fatto anche salvi gli effetti prodottisi ed i rapporti giuridici sorti sulla base dei decreti legge non convertiti. Con questa disciplina, tuttora vigente, si è stabilito che le Università possono assumere, compatibilmente con le risorse disponibili nei propri bilanci, “con contratto di lavoro subordinato di diritto privato a tempo indeterminato, ovvero, per esigenze temporanee, con contratto a tempo determinato” “collaboratori ed esperti linguistici di lingua madre, in possesso di laurea o titolo universitario straniero adeguato alle funzioni da svolgere”. È stato, poi, previsto che l’entità della retribuzione, il regime di impegno e gli eventuali obblighi di esclusività dovessero essere fissati, “fino alla stipulazione del primo contratto collettivo”, dai consigli di amministrazione delle università in sede di contrattazione decentrata. Infine il legislatore, dopo avere affermato il principio della necessità della selezione pubblica finalizzata all’assunzione, per ottemperare al giudicato della Corte di Giustizia, ha stabilito che dovessero essere assunti prioritariamente “i titolari dei contratti di cui al Decreto del Presidente della Repubblica 11 luglio 1980, n. 382, articolo 28 in servizio nell’anno accademico 1993-1994, nonché quelli cessati dal servizio per scadenza del termine dell’incarico salvo che la mancata rinnovazione sia dipesa da inidoneità o da soppressione del posto”, precisando che “il personale predetto... conserva i diritti acquisiti in relazione ai precedenti rapporti”.

5.3. Con la sentenza 26 giugno 2001, in causa c - 212/99, la Corte di Giustizia ha nuovamente censurato lo Stato italiano per non “aver assicurato il riconoscimento dei diritti quesiti agli ex lettori di lingua straniera, divenuti collaboratori linguistici, riconoscimento invece garantito alla generalità dei lavoratori nazionali”. La Corte, adita dalla Commissione delle Comunità ai sensi dell’articolo 226 del Trattato, ha osservato che, pur a fronte di una legislazione nazionale volta a garantire la conservazione dei diritti quesiti, l’esame delle prassi amministrative e contrattuali in essere presso sei università italiane aveva fatto emergere situazioni discriminatorie (punti da 31 a 34), non giustificabili con il richiamo all’autonomia degli enti pubblici interessati. Ha, poi, aggiunto che il principio della necessaria conservazione dei diritti quesiti maturati dagli ex lettori nei rapporti precedenti, diritti garantiti dalla L. n. 230 del 1962 in caso di conversione del contratto a termine, non poteva essere eluso facendo leva sulla non comparabilità delle situazioni a confronto, derivante per gli ex lettori dalla necessità della selezione pubblica. Ciò perché entrambe le discipline prevedono “allo scopo di tenere in considerazione l’esperienza professionale dei lavoratori, la trasformazione dei contratti di lavoro a tempo determinato in contratti di lavoro a tempo indeterminato, garantendo la conservazione dei diritti quesiti maturati nell’ambito dei rapporti di lavoro precedenti” (punti 28 e 29).

5.4. Si è avuto successivamente un nuovo intervento del legislatore nazionale che, al fine di dare esecuzione alla sentenza - e con riferimento alle Università italiane ivi considerate con il Decreto Legge 14 gennaio 2004, n. 2, articolo 1, convertito con modificazioni nella L. 5 marzo 2004, n. 63, ha previsto che “ai collaboratori linguistici, ex lettori di madrelingua straniera delle Università degli Studi della Basilicata, di Milano, di Palermo, di Pisa, di Roma “La Sapienza” e “l’Orientale” di Napoli, già destinatari di contratti stipulati ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica 11 luglio 1980, n. 382, articolo 28, abrogato dal Decreto Legge 21 aprile 1995, n. 120, articolo 4, comma 5, convertito, con modificazioni, dalla L. 21 giugno 1995, n. 236, è attribuito, proporzionalmente all’impegno orario assolto, tenendo conto che l’impegno pieno corrisponde a 500 ore, un trattamento economico corrispondente a quello del ricercatore confermato a tempo definito, con effetto dalla data di prima assunzione, fatti salvi eventuali trattamenti più favorevoli; tale equiparazione è disposta ai soli fini economici ed esclude l’esercizio da parte dei predetti collaboratori linguistici, ex lettori di madre lingua straniera, di qualsiasi funzione docente”.

5.5. Nei confronti della Repubblica Italiana è stata avviata, con ricorso del 4 marzo 2004, una procedura finalizzata all’irrogazione di sanzioni per l’inosservanza di obblighi derivanti dall’appartenenza all’Unione europea, avendo la Commissione delle Comunità europee ritenuto che l’Italia non avesse dato piena esecuzione alla citata decisione del 26 giugno 2001.Con sentenza 18 luglio 2006, in causa C-119/04, la Corte di Giustizia CE ha accertato l’inadempimento dei suddetti obblighi, limitatamente alla situazione esistente prima dell’entrata in vigore del Decreto Legge n. 2 del 2004, escludendone, invece, la permanenza all’esito del nuovo intervento normativo del legislatore nazionale. Ha ritenuto, infatti, che gli elementi offerti dalla Commissione non consentissero di esprimere un giudizio di inadeguatezza dei parametri utilizzati per la ricostruzione della carriera degli ex lettori, tanto più che il legislatore nazionale aveva fatto salvi i trattamenti più favorevoli (punti da 35 a 39).

5.6. Con la L. n. 240 del 2010, articolo 26, comma 3, il legislatore ha interpretato il citato Decreto Legge n. 2 del 2004, precisando che “in esecuzione della sentenza della Corte di Giustizia delle Comunità europee 26 giugno 2001, nella causa C - 212/99, ai collaboratori esperti linguistici, assunti dalle università interessate quali lettori di madrelingua straniera, il trattamento economico corrispondente a quello del ricercatore confermato a tempo definito, in misura proporzionata all’im­pegno orario effettivamente assolto, deve essere attribuito con effetto dalla data di prima assunzione quali lettori di madrelingua straniera a norma del Decreto del Presidente della Repubblica 11 luglio 1980, n. 382, articolo 28 sino alla data di instau­razione del nuovo rapporto quali collaboratori esperti linguistici, a norma del Decreto Legge 21 aprile 1995, n. 120, articolo 4 convertito, con modificazioni, dalla L. 21 giugno 1995, n. 236. A decorrere da quest’ultima data, a tutela dei diritti maturati nel rapporto di lavoro precedente, i collaboratori esperti linguistici hanno diritto a conservare, quale trattamento retributivo individuale, l’importo corrispondente alla differenza tra l’ultima retribuzione percepita come lettori di madrelingua straniera, computata secondo i criteri dettati dal citato Decreto Legge n. 2 del 2004, convertito, con modificazioni, dalla L. n. 63 del 2004, e, ove inferiore, la retribuzione complessiva loro spettante secondo le previsioni della contrattazione collettiva di comparto e decentrata applicabile a norma del Decreto Legge 21 aprile 1995, n. 120, convertito, con modificazioni, dalla L. 21 giugno 1995, n. 236.”.

5.7. Anche la norma di interpretazione autentica richiama, al pari del Decreto Legge n. 120 del 1995, articolo 4 la contrattazione collettiva di comparto che già con l’articolo 51 del CCNL 21.5.1996, richiamata la decretazione di urgenza, aveva compiutamente disciplinato il rapporto intercorrente con i collaboratori esperti linguistici, stabilendone le mansioni, l’orario di lavoro, il trattamento retributivo fondamentale, quantificato in Lire 22.000.000 annui lordi (per 500 ore effettive annue) ed in Lire 44.000 orarie. L’articolo 22 del CCNL 13 maggio 2003 aveva, poi, previsto che in sede di contrattazione integrativa di Ateneo sarebbe stata data “applicazione alla sentenza della Corte di Giustizia europea del 26.1.2001 nella causa C - 212/99, relativa agli ex lettori di lingua straniera rientranti in tale sentenza, attraverso la definizione di una struttura retributiva per la categoria dei CEL che riconosca l’esperienza acquisita” ed aveva precisato che a tal fine sarebbe stata considerata “come decorrenza iniziale dell’anzianità la data di stipula del primo contratto di lavoro Decreto del Presidente della Repubblica n. 382 del 1980, ex articolo 28 e/o come CEL L. n. 236 del 195, ex articolo 4 (o precedenti normative)...”.

5.8. Il quadro normativo e contrattuale, sopra delineato nei suoi tratti essenziali, è rimasto immutato con l’entrata in vigore della L. 20 novembre 2017, n. 167 che, al­l’articolo 11, in relazione alla procedura EU Pilot 2079/11/EMPL, avviata dalla Commissione europea il 22.12.2014, ha previsto uno stanziamento straordinario di fondi, da utilizzare, previa adozione con decreto ministeriale di uno schema tipo di contratto, in sede di contrattazione collettiva integrativa di ateneo, finalizzata “al superamento del contenzioso in atto e a prevenire l’instaurazione di nuovo contenzioso nei confronti delle università statali italiane da parte degli ex lettori di lingua straniera, già destinatari di contratti stipulati ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica 11 luglio 1980, n. 382, articolo 28.”.

6. Occorre innanzitutto evidenziare che non opera nella fattispecie l’estinzione del giudizio prevista dalla L. n. 240 del 2010, articolo 26, comma 3.Le Sezioni Unite di questa Corte, infatti, con la recente sentenza 2 agosto 2017 n. 19164, in continuità con l’orientamento già espresso da Cass. nn. 10452 e 19190 del 2016, hanno evidenziato che la previsione processuale si pone in stretta correlazione con la disciplina delle pretese sostanziali, sicché non devono essere dichiarati estinti tutti i processi intentati dagli ex lettori nei confronti delle università, ma solo quelli nei quali rilevi il nuovo assetto dato dal legislatore alla materia, senza che ne derivi una vanificazione dei diritti azionati.

È, quindi, imprescindibile che la pretesa fatta valere in giudizio sia esattamente coincidente con quanto stabilito dalla norma di interpretazione autentica in merito alla quantificazione del trattamento economico spettante agli ex lettori.

L’esegesi della disposizione, infatti, deve essere orientata alla salvaguardia del diritto di azione, costituzionalmente garantito, sicché l’estinzione può operare solo “in ragione, del pieno riconoscimento a favore degli ex lettori di madrelingua straniera del bene della vita al quale i medesimi aspirano con la proposizione del contenzioso” (Corte Cost. n. 38/2012). Nel caso di specie, al contrario, non si ravvisa detta integrale coincidenza, perché vi è contrasto fra le parti sull’applicabilità del richiamato articolo 26, sul trattamento economico spettante per il periodo successivo all’istituzione della qualifica di collaboratore esperto linguistico, sulla decorrenza della prescrizione del diritto riconosciuto agli ex lettori dal Decreto Legge n. 2 del 2004.

7. Il primo motivo è inammissibile, perché formulato senza il necessario rispetto degli oneri di specificazione e di allegazione di cui all’articolo 366 c.p.c., n. 6 e articolo 369 c.p.c., n. 4.L’Università addebita alla Corte territoriale di avere erroneamente affermato che la Ru. non aveva acquisito la qualifica di collaboratore esperto linguistico, “non avendo partecipato alla relativa selezione né sottoscritto alcun ulteriore contratto” (pag. 5 della sentenza impugnata), senza valutare la produzione documentale effettuata dalla resistente, che aveva depositato copia del contratto stipulato ai sensi del Decreto Legge n. 120 del 1995. La ricorrente, peraltro, non trascrive nel ricorso il documento non valutato, non lo produce in questa sede né precisa dove, quando e con quali modalità lo stesso è stato prodotto. Si deve, poi, aggiungere che, qualora la parte assuma che il giudice del merito ha fondato la sua decisione sull’esistenza di un fatto chiaramente smentito dagli atti o documenti processuali, il ricorso deve ritenersi inammissibile in quanto la denuncia prospetta, al di là della sua qualificazione, un tipico vizio revocatorio, che può essere fatto valere, sussistendone i presupposti, solo con lo specifico strumento disciplinato dall’articolo 395 c.p.c. (fra le più recenti in tal senso Cass. 20.4.2015 n. 7941; Cass. 27.4.2010 n. 10066).

8. È, invece, fondato il secondo motivo, con il quale l’Università si duole della mancata applicazione, quanto alla disciplina del rapporto, della L. n. 240 del 2010, articolo 26 che ha interpretato il Decreto Legge n. 2 del 2004, articolo 1.In nessuno degli interventi legislativi di cui si è dato conto al punto 5, succedutisi nel tempo dopo le prime pronunce della Corte di Giustizia, risulta affrontata la questione del­l’incidenza, rispetto all’individuazione della normativa applicabile, delle sentenze passate in giudicato che, in epoca antecedente o anche successiva all’abrogazione del Decreto del Presidente della Repubblica n. 382 del 1980, articolo 28 hanno disposto, sulla base dei principi affermati dalla Corte di Lussemburgo, la conversione dei rapporti di lettorato da tempo determinato a tempo indeterminato (cfr. fra le tante Cass. 21.3.1994 n. 2659; Cass. 24.11.1994 n. 10022; Cass. 6.9.1997 n. 8634 e numerose altre successive conformi).

La disciplina dettata ha sempre presupposto che al rapporto di lettorato, in quanto nato come esclusivamente a termine, abbia fatto seguito, in virtù del diritto di precedenza assoluta previsto dalla decretazione d’urgenza, la stipula del contratto di collaborazione a tempo indeterminato di cui al Decreto Legge n. 120 del 1995, articolo 4.

Si è posta, quindi, la questione dell’applicabilità della normativa sopravvenuta nei casi in cui, come nella fattispecie oggetto di causa, detto ultimo contratto non sia stato stipulato ed il rapporto sia proseguito in forza del precedente giudicato intervenuto fra le parti. Il contrasto sorto nella giurisprudenza di questa Corte sulla possibilità di configurare una sorta di ruolo ad esaurimento per i lettori che avevano ottenuto la conversione in sede giudiziale e sulla conseguente impossibilità di applicare agli stessi la normativa dettata per i collaboratori esperti linguistici, è stato recentemente risolto dalle Sezioni Unite le quali, con più pronunce contestualmente rese (Cass. S.U. n. 19164/2017 e Cass. S.U. n. 24963/2017), hanno affermato che la continuità tra la posizione soppressa degli ex lettori di lingua straniera e quella di nuova istituzione dei collaboratori linguistici comporta che, se l’ex lettore abbia ottenuto l’accertamento della sussistenza del rapporto di lavoro a tempo indeterminato per la nullità della clausola di durata con sentenza passata in giudicato, che non abbia statuito sugli aspetti economici e normativi del rapporto, va, comunque, applicata la relativa disciplina di fonte legale dettata dal Decreto Legge n. 2 del 2004, come interpretato autenticamente dalla L. n. 240 del 2010, articolo 26 nella specie intervenuta in pendenza del giudizio di appello.

La sentenza n. 24963/2017 ha osservato al riguardo, richiamando la motivazione della sentenza della Corte di Giustizia del 26.6.2001 che “la trasformazione ope legis (e quindi anche per sentenza definitiva) del rapporto a tempo determinato in contratto a tempo indeterminato deve essere equiparata alla conclusione di un nuovo contratto, seppure stipulato all’esito di procedure selettive, in quanto in entrambi i casi l’interesse perseguito è comunque quello di realizzare, dal punto di vista contenutistico e non formale, la medesima finalità di stabilizzazione del rapporto”.

Nel caso di specie, pertanto, la Corte territoriale non poteva limitarsi a richiamare i principi affermati dalla Corte di Giustizia e ad utilizzare il parametro indicato dal Decreto Legge n. 2 del 2004, articolo 1 dovendo tener conto anche della legge di interpretazione autentica, nella parte in cui dispone che dalla data di sottoscrizione del contratto in qualità di collaboratore esperto linguistico, al quale va equiparata la conversione giudiziale del rapporto di lettorato da tempo determinato a tempo indeterminato, gli ex lettori “ hanno diritto a conservare, quale trattamento retributivo individuale, l’importo corrispondente alla differenza tra l’ultima retribuzione percepita come lettori di madrelingua straniera, computata secondo i criteri dettati dal citato Decreto Legge n. 2 del 2004, convertito, con modificazioni, dalla L. n. 63 del 2004, e, ove inferiore, la retribuzione complessiva loro spettante secondo le previsioni della contrattazione collettiva di comparto e decentrata applicabile a norma del Decreto Legge 21 aprile 1995, n. 120, convertito, con modificazioni, dalla L. 21 giugno 1995, n. 236”. 9. Dal principio di diritto sopra richiamato, condiviso e ribadito dal Collegio, discende l’infondatezza del terzo motivo perché, una volta ritenuta l’applicabilità alla fattispecie, sia pure in via analogica, del Decreto Legge n. 2 del 2004, articolo 1 come interpretato autenticamente dalla L. n. 240 del 2010, articolo 26 si deve escludere che il termine di prescrizione possa decorrere da data antecedente l’entrata in vigore della nuova normativa. Il legislatore, infatti, per adempiere gli obblighi imposti in sede eurounitaria, ha conferito retroattività alla disciplina dettata, prevedendo che il trattamento economico riconosciuto dovesse essere attribuito “con effetto dalla data di prima assunzione”, ed imponendo una ricostruzione a fini economici della carriera non subordinata ad alcun’altra condizione.

Contrariamente a quanto asserito dall’Università ricorrente il diritto non poteva esercitato, nei termini riconosciuti dal legislatore, prima dell’emanazione della nuova disciplina, perché le sentenze della Corte di Giustizia richiamate nei punti che precedono avevano solo accertato la violazione del principio di non discriminazione, in relazione al mancato riconoscimento dei diritti quesiti, ma non avevano indicato le modalità attraverso le quali detti diritti dovevano essere garantiti, né avevano precisato quale fosse la retribuzione da riconoscere ai lettori per il periodo in cui, ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica n. 382 del 1980, articolo 28 la quantificazione della stessa era rimessa ai consigli di amministrazione dell’Università, a­vendo il legislatore indicato solo il limite massimo non superabile.

È significativo osservare al riguardo che la stessa Corte di Giustizia, chiamata a pronunciare sulla persistenza dell’inadempimento rispetto a quanto statuito con la sentenza del 26 giugno 2001, abbia evidenziato, al punto 37 della pronuncia resa il 18 luglio 2006, che “per quanto riguarda la scelta della carriera dei ricercatori confermati a tempo parziale come categoria di lavoratori nazionali di riferimento per la ricostruzione della carriera degli ex lettori, si deve constatare che un’opzione del genere rientra nella competenza delle autorità nazionali. Non risulta dalla citata sentenza Commissione/Italia che la Repubblica italiana sia stata tenuta a identificare una categoria di lavoratori analoga agli ex lettori e ad equiparare completamente il trattamento riservato a questi ultimi a quello di cui beneficia la detta categoria”.

Se, quindi, nessun parametro era stato indicato, rientrando la scelta dello stesso nella competenza delle autorità nazionali, evidentemente il diritto, nei termini riconosciuti dal Decreto Legge n. 2 del 2004, poteva essere esercitato solo dopo che detta scelta fosse stata compiuta.10. È fondato anche il quarto motivo.

Il Collegio intende dare continuità all’orientamento già espresso da questa Corte che, pronunciando in fattispecie sovrapponibile a quella oggetto di causa, ha evidenziato che “la pronuncia di accoglimento della Corte costituzionale n. 459 del 2000, per la quale il divieto di cumulo di rivalutazione monetaria ed interessi non opera per i crediti retributivi dei dipendenti privati, ancorché maturati dopo il 31 dicembre 1994, non può trovare applicazione per i dipendenti privati di enti pubblici non economici (nella specie, lettori di lingua dell’Università degli studi), per i quali ricorrono, ancorché i rapporti di lavoro risultino privatizzati, le “ragioni di contenimento della spesa pubblica” che sono alla base della disciplina differenziata secondo la “ratio decidendi” prospettata dal Giudice delle leggi.” (Cass. 10.1.2013 n. 535 e Cass. 5.7.2011 n. 14705).11. In via conclusiva vanno accolti il secondo ed il quarto motivo di ricorso e la sentenza impugnata deve essere cassata con rinvio alla Corte di Appello di Napoli, in diversa composizione, che procederà ad un nuovo esame, provvedendo anche sulle spese del giudizio di legittimità, attenendosi al principio di diritto di seguito enunciato: “al rapporto intercorrente fra l’Università e l’ex lettore che abbia ottenuto l’accertamento in via giudiziale della sussistenza del rapporto di lavoro a tempo indeterminato si applica il Decreto Legge n. 2 del 2004, articolo 1 come autenticamente interpretato dalla L. n. 240 del 2010, articolo 26 (nella specie intervenuta in pendenza del giudizio di appello), a prescindere dalla sottoscrizione del contratto Decreto Legge n. 120 del 1995, ex articolo 4 al quale, ove mancante, va equiparata, ai fini dell’applicazione del richiamato Decreto Legge n. 2 del 2004, articolo 1 e della norma di interpretazione autentica, la sentenza di conversione del rapporto. Il termine di prescrizione del diritto riconosciuto dal Decreto Legge n. 2 del 2004, articolo 1 decorre dalla data di entrata in vigore della nuova normativa. Il divieto di cumulo di rivalutazione monetaria ed interessi opera nei rapporti di lavoro con gli enti pubblici non economici, ancorché qualificati di diritto privato”.

Non sussistono le condizioni richieste dal Decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115, articolo 13, comma 1 quater.

P.Q.M.

La Corte accoglie il secondo ed il quarto motivo di ricorso e rigetta gli altri. Cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti e rinvia anche per le spese alla Corte di Appello di Napoli in diversa composizione. Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 7 febbraio 2018.Depositato in Cancelleria il 25 maggio 2018

Sommario:

1. Ancora sulle discriminazioni contro gli ex lettori - 2. Lettori, discriminazioni per legge e intervento del giudice: gli anni ’80 e ’90 e … - 3. … le riforme legislative in ottemperanza al diritto comunitario - 4. La legge Gelmini: un ulteriore tassello alla fine della querelle - 5. Ex lettori, parità di trattamento e interpretazione analogica: il recente indirizzo di legittimità. - NOTE


1. Ancora sulle discriminazioni contro gli ex lettori

Con la sentenza in epigrafe la Suprema Corte torna a pronunciarsi sul trattamento economico degli ex lettori di lingua straniera, stabilizzati alle dipendenze dei singoli atenei tramite provvedimento giudiziale: attraverso il ricorso all’interpretazione analogica viene dilatato il perimetro applicativo della normativa vigente che riconosce agli ex lettori – poi assunti come collaboratori linguistici – il diritto al trattamento economico spettante ai ricercatori a tempo definito, in ragione delle ore lavorate, a decorrere dalla data della prima assunzione. La decisione della Corte si inserisce in un contesto normativo frammentato e disorganico, ripetutamente modificato dal legislatore ordinario per ottemperare alle numerose decisioni della Corte di Giustizia, che avevano ravvisato nella normativa italiana una costante violazione della libertà di circolazione dei lavoratori all’in­ter­no dell’Unione e del principio di non discriminazione.

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2. Lettori, discriminazioni per legge e intervento del giudice: gli anni ’80 e ’90 e …

Per un corretto inquadramento della vicenda in esame è opportuna una ricostruzione in chiave diacronica del rapporto di lavoro degli ex lettori di lingua straniera: i profili regolatori vanno infatti di pari passo con la verifica in concreto del rispetto del principio di non discriminazione nell’ordinamento positivo. La figura del lettore venne istituita con legge n. 349/1958 presso le cattedre di lingue e letterature straniere: il lettore veniva equiparato all’assistente ordinario in relazione allo status e alle funzioni, risultando pertanto titolare di un rapporto di pubblico impiego a tempo indeterminato. La successiva legge n. 62/1967 non modificava il quadro di riferimento, limitandosi a prevedere la possibilità di conferire, tramite decreto rettorale, «incarichi annuali rinnovabili negli anni successivi …, in corrispondenza di posti di lettori di ruolo», e «speciali incarichi di lettore di lingua e letteratura straniera anche in aggiunta ai posti di lettore di ruolo». Il cambio di paradigma si registrava con l’art. 28 del d.P.R. 382/1980 di riordino dell’ordinamento universitario che, nel solco dei primi provvedimenti di liberalizzazione del mercato del lavoro, assimilava i lettori alla figura dell’incaricato (e non più dell’assistente), che venivano pertanto trasformati da pubblici dipendenti a soggetti stipulanti contratti di diritto privato [1]: l’incarico aveva durata annuale, e poteva essere rinnovato per un massimo di cinque anni all’interno della stessa università. Si era pertanto in presenza di un contratto a termine del tutto inusuale per l’epoca, per di più nelle pubbliche amministrazioni, sottoposto a una duplice limitazione temporale: quella connessa all’assunzione e quella relativa al meccanismo dei rinnovi [2]. La liberalizzazione contrattuale introdotta dall’art. 28 si accompagnava a gravi disfunzioni dal punto di vista organizzativo e didattico: i lettori ogni sei anni erano costretti ad “emigrare” verso un altro ateneo, magari vicino a quello di provenienza, per poi sperare di fare ritorno in quello originario una volta trascorso il sessennio di riferimento [3]. I profili di criticità erano poi ampliati dall’azione del Ministero dell’Istruzione e della Ricerca che, attraverso alcune circolari, invitava le singole istituzioni universitarie a [continua ..]

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3. … le riforme legislative in ottemperanza al diritto comunitario

Per scongiurare l’apertura di una procedura di infrazione da parte della Commissione, a metà degli anni ’90 il legislatore italiano provvedeva a riformare la materia: nella prospettiva dell’uguaglianza –anche a fronte della disapplicazione del diritto nazionale, dell’obbligo di interpretazione conforme o dell’adeguamento spontaneo del singolo ateneo al dictum della Corte di giustizia – il principio di libera circolazione sarebbe rimasto lettera morta, ove non accompagnato da garanzie effettive sulla parità di trattamento tra cives e non cives nell’esecuzione della prestazione [16]. In particolare, la legge n. 236/1995 [17] abrogava la figura del lettore per sostituirla con quella di «collaboratore ed esperto linguistico di lingua madre»: se ne consentiva l’assunzione con contratto di diritto privato, di regola a tempo indeterminato, e solo in casi eccezionali per esigenze temporanee; l’assunzione avveniva tramite selezione pubblica disciplinata dal singolo ordinamento di ateneo; infine, gli ex lettori godevano di un diritto di preferenza nell’assunzione e conservavano i diritti quesiti avuto riguardo ai precedenti rapporti di lavoro [18]. La riforma si caratterizzava per un approccio gattopardiano, poiché si limitava a cambiare il nomen juris della figura professionale (da lettore di lingua straniera a collaboratore linguistico), e non esplicitava analiticamente le causali temporanee legittimanti il ricorso al lavoro a termine [19]; la maggiore criticità della legge n. 236/1995 risiedeva nell’ambigua disposizione che garantiva agli ex lettori, se assunti come collaboratori, i diritti acquisiti in ordine ai precedenti rapporti di lettorato: il dettato normativo veniva integrato in modo del tutto generico [20] dall’art. 51 del contratto collettivo delle università del 1996, secondo cui gli emolumenti economici integrativi potevano essere incrementati in ragione dell’«esperienza acquisita». Dal combinato disposto legal-contrattuale risultava innanzi tutto evidente come gli ex lettori, che non avevano ottenuto la conversione giudiziale del rapporto da tempo determinato a tempo indeterminato, non godessero di un automatico diritto alla stabilizzazione [21]: tale scelta era giustamente dettata dall’incomprimibile vincolo [continua ..]

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4. La legge Gelmini: un ulteriore tassello alla fine della querelle

Il tortuoso iter della lotta per i diritti degli ex lettori di lingua straniera parrebbe terminare nel 2010: la legge n. 240/2010 (c.d. legge Gelmini) di riforma dell’Uni­versità fornisce all’art. 26, comma 3 un’interpretazione autentica della legge n. 2/2004, nel tentativo di arginare ulteriori ricorsi giurisdizionali dettati da applicazioni difformi della legge ad opera dei singoli atenei. Viene pertanto previsto che il trattamento economico di cui godono i collaboratori ex lettori, pari a quello del ricercatore a tempo definito pro rata temporis, vada riconosciuto dalla prima assunzione come lettore ai sensi del d.P.R. 382/1980 sino all’assunzione come collaboratore linguistico ai sensi della legge n. 236/1995. A decorrere da tale data, l’art. 26 prevede che i collaboratori conservino un trattamento retributivo pari alla differenza tra l’ultimo stipendio quale lettore di lingua straniera, determinato ai sensi della legge n. 2/2004 e, se inferiore, la retribuzione spettante sulla scorta della contrattazione collettiva decentrata e di comparto applicabile ai sensi della legge n. 236/1995 [31]. Da ultimo, la legge n. 167/2017 ha previsto uno stanziamento di fondi straordinari da destinare alla contrattazione integrativa di ateneo – previa adozione di decreto ministeriale che fissi uno schema tipo di contratto – per superare il contenzioso in atto e in chiave deterrente rispetto ad ulteriori controversie [32]. La maggiore criticità dell’intervento del 2010 risiede nell’individuazione del­l’ambito di applicazione soggettivo, che non elimina del tutto le discriminazioni indirette nei confronti degli ex lettori: al pari degli interventi precedenti, la norma di interpretazione autentica non si applica ai rapporti di lettorato convertiti in sede giudiziale da tempo determinato a tempo indeterminato, rispetto ai quali la sentenza non abbia statuito sul trattamento economico; presupposto comune agli interventi “riparatori” del 1995, 2004 e 2010 è dunque la stipulazione di un contratto a tempo indeterminato come collaboratore linguistico. In ultima analisi, un’interpretazione letterale dell’art. 26, comma 3 della legge Gelmini vieterebbe di applicare le tecniche di tutela previste dallo jus superveniens ai casi in cui il rapporto di lavoro sia proseguito in virtù di una statuizione giudiziale, e non [continua ..]

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5. Ex lettori, parità di trattamento e interpretazione analogica: il recente indirizzo di legittimità.

Si è quindi reso necessario un intervento delle Sezioni unite della Suprema Corte, in ragione del contrasto registratosi tra sezioni semplici sul raggio d’azione dell’art. 26 della legge Gelmini: a un’interpretazione letterale e formalistica del dettato normativo, peraltro isolata [33], si contrapponeva un orientamento maggioritario attento all’effettiva garanzia del principio paritario e della non discriminazione fondata sulla cittadinanza. Se per il primo indirizzo si era in presenza di una legittima scelta di politica del diritto rientrante nella discrezionalità del legislatore ordinario, per il secondo si era di fronte a una lacuna normativa da colmare per assicurare coerenza e completezza dell’ordinamento giuridico [34]. Con due pronunce coeve del 2017 le Sezioni Unite hanno legittimato l’opzione “paritaria” sulla scorta di un’interpretazione analogica della norma speciale di cui all’art. 26 della legge n. 240/2010 [35]: vero è che in ragione della formulazione letterale tale previsione normativa si applica solo ed esclusivamente ai contratti di collaborazione linguistica stipulati dai singoli atenei con gli ex lettori. Tuttavia, tale opzione ermeneutica non cancellerebbe la criticità della legislazione di settore, poco o scarsamente attenta nel prevedere una disciplina transitoria in grado di eliminare tutte le discriminazioni connesse all’esecuzione del rapporto. Le Sezioni Unite utilizzano l’argomento analogico all’insegna del binomio uguaglianza-non discriminazione: effettuano innanzi tutto una comparazione tra le figure degli ex lettori divenuti docenti a tempo indeterminato per via giudiziale con quelle dei collaboratori linguistici. Una volta appuratane l’identità è evidente come non sia configurabile un ruolo ad esaurimento per gli ex lettori: pertanto l’applica­zione del combinato disposto di cui agli artt. 1 della legge n. 2/2004 e 26 della legge n. 240/2010 ai soli collaboratori darebbe luogo all’ennesima discriminazione indiretta basata sulla cittadinanza ex art. 45 TFUE. Inoltre, se non si ricorresse all’argo­men­tazione analogica si verrebbe a creare una irragionevole differenziazione delle tutele all’interno della stessa categoria dei lettori/collaboratori di madrelingua, a seconda che il vincolo obbligatorio che li leghi all’università [continua ..]

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NOTE

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