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Sulla dequalificazione del lavoratore nel pubblico impiego

Flavia Schiavetti – Ricercatrice di Diritto del Lavoro nell’Università telematica internazionale Uninenttuno

CORTE DI CASSAZIONE, ORDINANZA 11 SETTEMBRE 2018, N. 22081

Pres. NAPOLETANO - Rel. DI PAOLANTONIO

Impiegato dello Stato e pubblico in genere - Promozioni - In genere Ministero affari esteri - Dipendente in servizio all’estero - Passaggio di qualifica - Mantenimento nella stessa sede per esigenze di servizio - Legittimità - Fondamento.

L’art. 93, comma 4, del d.P.R. n. 18 del 1967, applicabile “ratione temporis”, consente che il personale non diplomatico del Ministero degli affari esteri in servizio all’estero, pur promosso ad una qualifica superiore, possa essere temporaneamente mantenuto, in presenza di necessità di servizio, nella sede già occupata e nelle mansioni pregresse. Ne consegue che, a fronte di accertate esigenze di servizio, la P.A. può conservare nel posto originario il dipendente, favorevolmente scrutinato per una qualifica superiore, ove lo stesso, pur interpellato, non abbia espresso la volontà di essere assegnato ad altra sede per la qualifica conseguita, rispondendo - nel bilanciamento degli interessi reciproci e in coincidenza con eventi straordinari, quali i procedimenti di riqualificazione del personale, idonei a determinare grandi cambiamenti nell’esigenza degli uffici - a criteri di corretta amministrazione graduare le nuove assegnazioni tenendo conto delle preferenze dei singoli aspiranti.

1. la Corte di Appello di Roma, adita dal Ministero degli Affari Esteri, ha confermato la sentenza di primo grado che, respinta l’eccezione di difetto di giurisdizione, aveva dichiarato il diritto di D.G.V. a svolgere le mansioni corrispondenti al livello C2 dal 29/1/2002, data di sottoscrizione del contratto individuale di lavoro, al 25/10/2006 ed aveva condannato il Ministero a pagare la somma di Euro 45.600,00, a titolo di risarcimento del danno alla professionalità, e di Euro 45.773,85 per differenze relative alla indennità di servizio all’estero;

2. la Corte territoriale ha premesso che, all’esito del superamento da parte del D. del corso-concorso per la promozione al livello C2, era stato stipulato in data 9.1.2002 un contratto individuale di lavoro, nel quale era stato precisato che il dipendente veniva inquadrato nella posizione economica C2 - profilo professionale di funzionario economico finanziario e commerciale degli Uffici Centrali del Ministero degli Affari Esteri e delle Rappresentanze Diplomatiche e Consolari - a decorrere, quanto ai fini giuridici, dal 19.12.2001, e, quanto a quelli economici, dalla data di sottoscrizione del contratto;

3. ha aggiunto che, successivamente alla stipula di detto contratto, al D. non erano stati attribuiti né il nuovo livello di inquadramento né le corrispondenti mansioni, perché l’appellato aveva continuato a ricoprire, presso la sede di (OMISSIS), il posto funzione di livello inferiore fino al 25.10.2006;

4. la Corte romana ha ritenuto che l’Amministrazione fosse stata inadempiente all’obbligo, nascente dal contratto individuale, di assegnare il dipendente al posto funzione corrispondente alla qualifica rivestita ed ha evidenziato che tale inadempimento non poteva ritenersi giustificato dalle dedotte esigenze organizzative e dalla scarsità di risorse finanziarie disponibili, e nemmeno dalla mancata presentazione da parte del D. di domanda di trasferimento, in quanto il Ministero non aveva dedotto e provato che il lavoratore si fosse rifiutato di accettare un posto funzione proprio della categoria C2;

5. ha affermato che l’inadempimento contrattuale non poteva ritenersi escluso dalla legislazione speciale invocata dal Ministero (e richiamata nel D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 45), atteso che questa si limitava a prevedere (D.P.R. n. 18 del 1967, art. 93) che il personale in servizio all’estero, una volta promosso, può continuare ad occupare un posto non corrispondente a quello previsto per la nuova qualifica solo per il tempo richiesto dall’esigenze di servizio;

6. la Corte territoriale, infine, ha condiviso i criteri seguiti dal giudice di primo grado in ordine alla quantificazione del danno alla professionalità e, quanto all’in­dennità di servizio all’estero, ha affermato che dall’illegittimità del demansionamento conseguiva, ai sensi dell’art. 1223 c.c., anche l’obbligo di ristoro del danno patrimoniale, essendo irrilevante la circostanza che determinate voci retributive avrebbero potuto subire variazioni anche in ipotesi di legittimo esercizio di ius variandi;

7. per la cassazione della sentenza ha proposto ricorso il Ministero degli Affari Esteri articolando cinque motivi, ai quali ha opposto difese D.G.V. con tempestivo controricorso;

8. con decreto del 13 febbraio 2018 il ricorso è stato assegnato dal Primo Presidente alla Sezione Lavoro ex art. 374 c.p.c., comma 1;

9. il Procuratore Generale in data 15 maggio 2018 ha concluso per l’acco­glimento del quarto motivo di ricorso.

MOTIVI DELLA DECISIONE

CHE:

1. il primo motivo del ricorso denuncia “difetto di giurisdizione del giudice ordinario in favore del giudice amministrativo; violazione del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 63” e rileva che la mancata attribuzione del posto funzione C2 è conseguenza diretta degli atti di macro organizzazione, con i quali sono stati riorganizzati i posti d’organico presso le sedi estere;

1.1. il ricorrente sostiene, in sintesi, che la riqualificazione personale e professionale non può comportare, quale effetto automatico, il diritto a ricoprire nella sede di assegnazione un posto corrispondente alla qualifica superiore, in quanto viene in gioco la potestà organizzativa spettante all’amministrazione, rispetto alla quale non si configura un diritto soggettivo del dipendente ma, semmai, un mero interesse legittimo;

2. la seconda censura addebita alla sentenza impugnata “error in iudicando travisamento dei fatti di causa - illogicità della decisione - violazione e/o falsa applicazione del D.Lgs. n. 165 del 2001, artt. 645 e 52, del D.P.R. n. 18 del 1967, art. 34, della L. n. 266 del 1999, art. 3 dell’art. 2103 c.c. - violazione e/o falsa applicazione dell’Accordo Amministrazione - OO.SS. del 5/2/2001 e del Protocollo di Intesa del 5/2/2001” perché la Corte territoriale avrebbe dovuto esaminare e valorizzare la disciplina speciale dettata per i dipendenti del Ministero degli Affari Esteri dal D.P.R. n. 18 del 1967 ed in particolare dall’art. 171, dal cui tenore si desume che il posto funzione è diverso e distinto dalla posizione economica ed è legato alle specifiche esigenze tecniche, operative e funzionali della sede;

2.1. sostiene il ricorrente che il rapporto di lavoro dei dipendenti del Ministero degli Affari Esteri si svolge di regola presso l’amministrazione centrale, in quanto l’assegnazione all’estero è solo eventuale ed è subordinata alla presentazione di una specifica domanda in relazione ai posti funzione disponibili, con la conseguenza che il lavoratore è tenuto ad adattare la sua aspettativa di ricoprire un determinato “posto funzione” alle esigenze dell’ente e, quindi, è tenuto a scegliere sedi estere dove la posizione è disponibile e ad assoggettarsi alle procedure di trasferimento sulla base delle regole dettate dall’art. 34 citato D.P.R. e dall’Accordo siglato con le organizzazioni sindacali;

2.2. sulla distinzione fra posizione economica e posto funzione l’amministrazione fa leva per sostenere che le procedure di riqualificazione non obbligavano a modificare l’organizzazione della sede di servizio del lavoratore riqualificato, ma comportavano solo l’obbligo di assicurare nella pianta organica complessiva un numero di posti di livello superiore pari a quello messo a concorso, con la conseguenza che, operata la riqualificazione, ove nella sede il posto funzione non fosse stato disponibile, spettava al dipendente optare fra la richiesta di trasferimento in altra sede, partecipando alle relative procedure concorsuali, il ritorno presso l’amministrazione centrale o la permanenza nella sede di assegnazione nel posto funzione originariamente assegnato;

2.3. nessuna responsabilità poteva, pertanto, essere ascritta al Ministero, perché il D., al quale era stato corrisposto il trattamento economico metropolitano corrispondente alla posizione economica C2, aveva preferito conservare l’incarico originario e rimanere fino alla scadenza presso l’ambasciata di (OMISSIS), ove non era disponibile un posto funzione corrispondente alla professionalità acquisita a seguito della procedura di riqualificazione;

3. il terzo motivo, con il quale si richiamano le considerazioni tutte esposte nella seconda censura, ravvisa un “omesso esame di fatto decisivo della controversia” nella mancata considerazione della peculiare organizzazione del Ministero degli Affari Esteri e della condotta tenuta nella specie dal D. il quale, dapprima aveva inteso beneficiare della possibilità concessagli di proseguire il servizio sul posto funzione originariamente assegnatogli sino alla scadenza naturale dell’incarico, e, poi, aveva rivendicato il trattamento economico relativo ad una posizione che in quella sede non era disponibile;

4. la quarta critica addebita alla sentenza impugnata la “violazione e/o falsa applicazione del D.P.R. n. 18 del 1967, artt. 170 e 171 della L. n. 724 del 1994, art. 22, comma 32, della L. n. 312 del 1980, art. 4 dell’art. 1227 c.c.” per avere riconosciuto il risarcimento del danno, in assenza di adeguata prova dello stesso e commisurandolo alle differenze pretese con riferimento all’indennità di servizio, che non ha natura retributiva ed è correlata al posto occupato nella sede e alle funzioni ad esso sottese;

5. il quinto motivo denuncia “omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio travisamento degli atti di causa con errore revocatorio consistente in errore di fatto risultante dai documenti di causa” ed evidenzia che, contrariamente a quanto asserito dalla Corte territoriale, nella memoria difensiva di primo grado era stato dedotto che la permanenza presso la sede di (OMISSIS) si era protratta sino al 25 ottobre 2005 e non sino al 25 ottobre 2006, sicché le differenze retributive andavano calcolate su 45 mensilità, ossia per il periodo gennaio 2002/ottobre 2005;

6. il primo motivo di ricorso è infondato in quanto correttamente la Corte territoriale ha respinto l’eccezione di difetto di giurisdizione del giudice ordinario richiamando l’orientamento, ormai consolidato nella giurisprudenza di questa Corte, secondo cui “in tutti i casi nei quali vengono in considerazione atti amministrativi presupposti, ove si agisca a tutela delle posizioni di diritto soggettivo in materia di lavoro pubblico, è consentita esclusivamente l’instaurazione del giudizio ordinario, nel quale la tutela è pienamente assicurata dalla disapplicazione dell’atto e dagli ampi poteri riconosciuti al giudice ordinario dal menzionato art. 63, comma 2” (Cass. S.U. n. 13169/2006 e negli stessi termini Cass. S.U. n. 26799/2008 e Cass. S.U. n. 28806/2011);

6.1. le Sezioni Unite hanno evidenziato che ai fini del riparto della giurisdizione tra giudice ordinario e giudice amministrativo si deve fare riferimento al petitum sostanziale, che va identificato in relazione alla causa petendi, ossia all’intrinseca natura della posizione dedotta in giudizio sicché qualora, come nella fattispecie, il lavoratore denunci il subito demansionamento e rivendichi il diritto al risarcimento dei danni patiti, la controversia non ha ad oggetto gli atti discrezionali inerenti l’organiz­zazione dell’ufficio, bensì le modalità di gestione del rapporto di lavoro ed il diritto soggettivo del dipendente a non essere assegnato a mansioni inferiori a quelle corrispondenti alla qualifica posseduta (Cass. S.U. n. 23305/2016);

7. le questioni che vengono in rilievo sono già state oggetto di esame da parte di questa Corte che, nel decidere fattispecie analoghe, ha ritenuto fondate le prospettazioni difensive del Ministero degli Affari Esteri (cfr. Cass. n. 3811/2014, Cass. n. 2379/2017 e Cass. n. 2634/2017 che ha cassato la sentenza della Corte di Appello di Roma richiamata nella decisione qui impugnata);

7.1. con le richiamate pronunce si è affermato che il D.P.R. 5 gennaio 1967, n. 18, art. 93, comma 4, nel testo applicabile ratione temporis, consente che il personale non diplomatico del MAE in servizio all’estero, pur promosso ad una qualifica superiore, possa essere mantenuto temporaneamente, in presenza di necessità di servizio, nella sede già occupata e nelle mansioni pregresse;

7.2. si è evidenziato, inoltre, che “nel bilanciamento degli interessi reciproci, ed in coincidenza di eventi straordinari, quali debbono essere classificati i procedimenti di riqualificazione del personale, idonei a determinare profondi cambiamenti nell’or­ganizzazione degli uffici, risponde a principi di corretta amministrazione graduare le nuove assegnazioni tenendo conto delle preferenze espresse dai singoli aspiranti ed avvalendosi, in relazione ad accertate esigenze di servizio (e per un tempo che è ragionevolmente da individuare nella durata della pur sempre temporanea assegnazione all’estero) della facoltà riconosciuta dalla legge di conservare il dipendente anche in un posto non corrispondente a quello previsto per la nuova qualifica”;

7.3. si è ritenuto, infine, che il dipendente che abbia partecipato ad una procedura per il conseguimento di una qualifica superiore non è titolare di un diritto a continuare a prestare la sua attività nella nuova qualifica conseguita nella sede di servizio in precedenza assegnata, potendo solo chiedere all’Amministrazione di essere destinato ad una sede, estera o dell’Amministrazione centrale, dove sia disponibile un posto funzione di livello corrispondente alla qualifica conseguita, sicché “ove lo stesso dipendente, ritualmente interpellato, non abbia espresso la volontà di essere assegnato ad altra sede con posto funzione vacante della qualifica conseguita non è configurabile alcun inadempimento in capo all’amministrazione datrice di lavoro”;

7.4. a detti principi di diritto il Collegio intende dare continuità, giacché il controricorso non prospetta argomenti che possano indurre a rimeditare l’orientamento già espresso da questa Corte;

7.5. meritano, pertanto, accoglimento il secondo ed il terzo motivo di ricorso e la sentenza impugnata deve essere cassata con rinvio alla Corte territoriale indicata in dispositivo, che procederà ad un nuovo esame attenendosi al principio di diritto richiamato nei punti che precedono e statuendo anche sulle spese del giudizio di legittimità;

7.6. restano conseguentemente assorbite la quarta e la quinta cesura, formulate in relazione alla quantificazione del danno;

7.7. non sussistono le condizioni di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater.

P.Q.M.

La Corte rigetta il primo motivo di ricorso e dichiara la giurisdizione del giudice ordinario. Accoglie il secondo ed il terzo motivo di ricorso, ed assorbe la quarta e la quinta censura. Cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti e rinvia alla Corte di Appello di Roma, in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche sulle spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Adunanza camerale, il 13 giugno 2018.

Depositato in Cancelleria il 11 settembre 2018.

Sommario:

1. Premessa: il caso in commento - 2. Sulla giurisdizione del giudice ordinario - 3. Lo ius variandi del datore di lavoro pubblico - 4. Le rilevanza delle esigenze organizzative dell’ente quale limite al divieto di demansionamento: il caso del personale non diplomatico del MAE in servizio all’estero - 5. Cenni conclusivi: la razionalizzazione dell’impiego delle risorse pubbliche - NOTE


1. Premessa: il caso in commento

Nell’ordinanza in commento la Corte di Cassazione si pronuncia sul diritto del lavoratore pubblico a ricoprire nella sede di assegnazione un posto corrispondente alla qualifica superiore successivamente acquisita, cassando la sentenza n. 198/2013 della Corte d’appello di Roma depositata 18 febbraio 2013. Nel caso de quo, il lavoratore aveva superato un corso-concorso  all’esito del quale era stato inquadrato nella posizione economica C2  - profilo professionale di funzionario economico finanziario e commerciale degli uffici centrali del Ministero degli Affari Esteri e delle rappresentanze diplomatiche e consolari, ed aveva stipulato un contratto individuale di lavoro in cui veniva precisato che tale inquadramento decorreva a fini giuridici dal 19 dicembre 2001 ed a quelli economici dal 9 gennaio 2002, data della stipula del contratto stesso.  Tuttavia, fino al 25 ottobre del 2006 non sono stati riconosciuti al lavoratore né il nuovo livello di inquadramento né lo svolgimento delle mansioni ad esso corrispondenti. Adiva, quindi il Tribunale di primo grado per vedersi riconosciuto il risarcimento del danno alla professionalità e del danno patrimoniale derivante dalle differenze retributive relative alla indennità di servizio all’estero. La Corte di Appello di Roma confermava la sentenza di primo grado dichiarando il diritto del lavoratore a svolgere le mansioni corrispondenti al livello C2 dalla data di sottoscrizione del contratto individuale di lavoro. Il Ministero degli Affari Esteri propone così ricorso avanti al giudice di legittimità lamentando in primo luogo il difetto di giurisdizione del giudice ordinario, sulla base della riconduzione dell’attività di riorganizzazione dei posti organico agli atti di macro organizzazione devoluti alla giurisdizione del giudice amministrativo; in secondo luogo con due distinti motivi di ricorso nega il diritto a ricoprire nella sede estera di assegnazione un posto corrispondente alla nuova qualifica raggiunta dal lavoratore a seguito della procedura di riqualificazione, sostenendo che l’ammi­nistrazione stessa a il solo obbligo di assicurare un numero di posti di livello superiore pari a quello messo a concorso nell’ambito della pianta organica complessiva. La quarta e la quinta censura, infine, si riferiscono al risarcimento del danno riconosciuto al lavoratore ed alla sua [continua ..]

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2. Sulla giurisdizione del giudice ordinario

Com’è noto, l’art. 63 del D.Lgs. n. 165 del 30 marzo 2001 ha devoluto alla competenza del giudice ordinario «tutte le controversie relative ai rapporti di lavoro alle dipendenze di pubbliche amministrazioni (...) ancorché vengano in questione atti amministrativi presupposti», qualora però l’oggetto della controversia sia un atto autoritativo dell’amministrazione il riparto di giurisdizione deve essere stabilito facendo riferimento al petitum sostanziale, utilizzando quale discrimine tra giurisdizione del giudice amministrativo e  quella del giudice ordinario la differenza tra gli atti di macro organizzazione, aventi natura pubblicistica e gli atti di micro organizzazione caratterizzati da una natura di stampo prettamente privatistico [1]. I primi sono devoluti alla giurisdizione del giudice amministrativo e nel loro alveo devono essere ricondotti tutti quegli atti inerenti la determinazione delle dotazioni organiche complessive, ivi incluse le modalità di conferimento degli incarichi dirigenziali e quelle di copertura del fabbisogno di personale, anche quando configurino un atto presupposto ad atti di organizzazione e gestione dei singoli rapporti di lavoro e da cui scaturiscano posizioni di interesse legittimo inerenti i singoli lavoratori. Non sarebbe conforme al dettato dell’art. 103, comma 1, Cost. un’interpre­ta­zione che affidasse la giurisdizione al giudice ordinario, in assenza di diritti soggettivi già sorti né al dettato dell’art. 63 primo comma laddove “ nella parte in cui, pur attribuendo al giudice ordinario la cognizione delle controversie ‘relative ai rapporti di lavoro’, nondimeno stabilisce che ‘l’impugnazione davanti al giudice amministrativo dell’atto amministrativo rilevante nella controversia non è causa di sospensione del processo’, così sottolineando la diversità tra il giudizio concernente l’impu­gnazione di atti autoritativi e quello sul rapporto di lavoro e i diritti soggettivi” [2]. Gli atti di macro-organizzazione, infatti, sono adottati in modo correlato all’e­sercizio di poteri autoritativi di cui è titolare l’amministrazione pubblica, la quale li attua ispirandosi ai criteri di efficienza efficacia ed economicità della P.A. nonché agli altri principi contenuti [continua ..]

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3. Lo ius variandi del datore di lavoro pubblico

La disciplina della mansioni nell’impiego pubblico privatizzato è disciplinata dall’art. 52 del D.Lgs. 165 del 2001 che, al comma 1, sancisce che “Il prestatore di lavoro deve essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto o alle mansioni equivalenti nell’ambito dell’area di inquadramento, ovvero a quelle corrispondenti alla qualifica superiore che abbia successivamente acquisito per effetto delle procedure selettive di cui all’articolo 35, comma 1, lettera a)”; in tal modo viene fissato un principio di equivalenza “formale” che fa riferimento esclusivo alla classificazione prevista dal contratto collettivo di comparto. Nonostante il completamento del processo di privatizzazione, infatti, il rapporto di lavoro prestato per le amministrazioni pubbliche resta sottratto alla disciplina codicistica dell’art. 2103, demandandone la regolazione alla disciplina speciale del testo unico [9]. Nonostante il processo di privatizzazione abbia coinvolto quasi tutti gli aspetti del lavoro subordinato alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche, questa materia conserva una forte rigidità derivante in primo luogo dalle regole, di natura squisitamente pubblicistica, relative al sistema di reclutamento dei pubblici dipendenti in cui il principio cardine resta quello del concorso pubblico. Questo strumento, infatti, è l’unico che possa garantire che l’accesso ai pubblici uffici avvenga secondo i canoni di imparzialità, buon andamento ed efficienza dell’amministrazione, assicurando al contempo anche una selezione meritocratica dei candidati [10]. Ove ricorrano peculiari e straordinarie esigenze di interesse pubblico idonee a giustificarle, il legislatore ha la facoltà di introdurre deroghe al principio del pubblico concorso, di cui all’art. 97 Cost.; tali deroghe devono essere delimitata in modo rigoroso, potendo essere considerate legittime solo quando siano funzionali esse stesse al buon andamento dell’amministrazione. Deve riconoscersi al principio del pubblico concorso un ambito di applicazione esteso, tale da non includere soltanto le ipotesi di assunzione di soggetti precedentemente estranei alle pubbliche amministrazioni, ma anche i casi di nuovo inquadramento di dipendenti già in servizio e quelli di trasformazione di rapporti non di ruolo, e non instaurati dall’origine mediante concorso, in [continua ..]

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4. Le rilevanza delle esigenze organizzative dell’ente quale limite al divieto di demansionamento: il caso del personale non diplomatico del MAE in servizio all’estero

L’Ordinamento dell’amministrazione degli affari esteri detta una disciplina speciale applicabile al personale non diplomatico del Ministero degli Affari Esteri in servizio all’estero, in particolare, prima della riforma intervenuta nel 2003 [13], prevedeva all’art. 93, comma 4, “Al personale in servizio all’estero possono essere affidate altre funzioni o mansioni in aggiunta a quelle inerenti al posto di organico ricoperto, purché proprie del grado o della qualifica e della carriera o ruolo di appartenenza. Al predetto personale, qualunque sia la carriera o ruolo di appartenenza, possono essere altresì affidati temporaneamente, in rapporto a particolari esigenze di servizio, anche compiti diversi dalle funzioni o mansioni inerenti al posto di organico cui è assegnato”. Il legislatore, in questo modo, operava una deroga al generale divieto di demansionamento dando preminenza all’interesse qualificato della pubblica amministrazione a dover rispondere ad accertate esigenze di servizio. Bisogna sin da subito sottolineare come questa norma rispecchi un quadro normativo completamente diverso, in cui la disciplina del lavoro pubblico non era stato ancora ricondotto nel­l’alveo della normativa privatistica. In più di un’occasione è intervenuta la Corte di Cassazione [14], che ha individuato nell’esistenza di accertate esigenze di servizio e nella temporaneità di tale situazione delle ragioni giustificatrici tali da consentire la facoltà di conservare il dipendente anche in un posto non corrispondente a quello previsto per la nuova qualifica. A questo si deve aggiungere la possibilità per il lavoratore di essere destinato ad altra sede in cui è disponibile un posto funzione di livello pari alla nuova qualifica conseguita, oppure a rientrare presso l’amministrazione centrale. Come abbiamo precedentemente detto le procedure di reclutamento del personale delle amministrazioni pubbliche, ed anche quelle di riqualificazione del personale interno, soggiacciono alla previsione del “Piano triennale dei fabbisogni di personale”, per cui l’ente è tenuto ad assicurare nella pianta organica complessiva un numero di posti di livello superiore pari a quello messo a concorso, e non ha il dovere di garantirne la disponibilità nelle singole sedi dei vincitori. L’interesse del [continua ..]

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5. Cenni conclusivi: la razionalizzazione dell’impiego delle risorse pubbliche

L’analisi di questa disciplina ci porta a dover considerare alcune profonde contraddizioni che caratterizzano il pubblico impiego privatizzato. Il testo unico sul pubblico impiego ci impone di valutare le scelte organizzative dell’amministrazione, e di conseguenza dei dirigenti, secondo i canoni di ottimizzazione dell’impiego delle risorse pubbliche disponibili, di efficienza e di economicità ed a tal fine impone un rigido sistema di reclutamento; in questo caso però, la deroga apportata consente di utilizzare dei lavoratori appartenenti ad una determinata qualifica, e che di conseguenza ricevono una retribuzione adeguata a quella qualifica, di ricoprire dei posti funzione relativi ad una qualifica inferiore, con un evidente spreco di risorse economiche [15]. Inoltre, questo tipo di meccanismo comporta anche una disfunzione in relazione al soddisfacimento di quanto pianificato nel piano triennale dei fabbisogni, causando la mancata copertura dei posti per i quali era stata bandita la procedura selettiva e di conseguenza creando un utilizzo inefficiente delle risorse disponibili. La razionalizzazione delle risorse, infatti, è uno di quegli obiettivi che permea le ultime riforme che hanno caratterizzato il pubblico impiego privatizzato e può essere realizzata attraverso un fattore strategico e decisivo: lo strumento della mobilità [16], che deve essere agevolata all’interno delle amministrazioni proprio per condurre all’instaurarsi di un circolo virtuoso che consenta una continua ricollocazione delle risorse a seconda delle esigenze di volta in volta individuate dalle singole amministrazioni [17]. A differenza di quanto sostenuto in tema di mansioni, in materia di trasferimento è applicabile il dettato dell’art. 2103 c.c., secondo il quale l’amministrazione sarebbe gravata esclusivamente dell’onere della prova circa l’esistenza delle esigenze di servizio poste alla base della mobilità nonché del nesso di causalità tra le motivazioni addotte e la scelta di quel lavoratore; si potrebbe, quindi, sostenere che la copertura di un posto funzione del livello adeguato alla nuova qualifica del singolo dipendente, costituisca un’esigenza tale da giustificare un provvedimento di mobilità d’ufficio. Nel caso qui in esame l’amministrazione tenta il ricorso ad una mobilità volontaria subordinando [continua ..]

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NOTE

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